Comunicazione: origini di un termine abusato

Con il termine “comunicazione” intendiamo Oggi moltissime cose, eppure è molto importante conoscere le origini di questa parola per darne una definizione reale.

Comunicare, in termini etimologici, significa fare in modo che due o più entità/soggetti acquisiscano qualcosa in comune (dal latino communicare, communis). Il termine contiene il formativo cum (“con”, “assieme a”) e la radice munus, che in latino presenta una notevole polisemia; i suoi significati fondamentali sono peraltro due: “dono” e “compito” (incarico). Questi non sono indipendenti, bensì reciproci, dove l’uno implica l’accostamento dell’altro.

Ogni comportamento umano dunque è comunicazione, volontario o involontario che sia. Ed oggi viviamo una vera e propria comunicazione mediata.

L’insieme degli eventi comunicativi fra individui non è limitato, dunque, ai soli comportamenti intenzionali, tipici della comunicazione verbale, ma comprende anche tutti gli aspetti della comunicazione non-verbale: un rossore, uno sguardo, la postura o il portamento esteriore di un individuo, sebbene comportamenti non intenzionali, trasmettono comunque informazioni sul soggetto osservato. L’osservazione e l’interpretazione di ogni segno non-verbale ci permettono di elaborare un’idea sull’altro, sulla sua personalità, sui suoi comportamenti.

La comunicazione è dinamica.

Uno degli ideali più conosciuti a proposito della comunicazione è lo schema emittente-messaggio-destinatario, cioè il modello della comunicazione, proposto inizialmente da Shannon e Weaver (1949) e successivamente rivisto da Roman Jakobson (1963) come illustrato qui di seguito.

L’interazione risulta essere un processo unidirezionale: al ruolo attivo del mittente si contrappone quello passivo del destinatario, a cui spetta solo una mera decodifica del messaggio, senza alcuna possibilità di interazione col primo.

“Il mittente invia un messaggio al destinatario. Per essere operante il messaggio richiede prima di tutto un contesto al quale esso rinvia […]; poi il messaggio richiede un codice comune, in tutto o in parte, a mittente e destinatario […]; infine, richiede un contatto, un canale fisico e una connessione psicologica fra emittente e destinatario, contatto che permette loro di stabilire e di mantenere la comunicazione.”

Nell’ambito delle relazioni umane, però, si parla di effettiva comunicazione soltanto quando esiste una vera e propria interazione tra i soggetti.

E’ questa la comunicazione interpersonale, caratterizzata dalla compresenza dei comunicanti e dalla relazione che si instaura fra essi nell’atto del comunicare; il messaggio non è protagonista principale dell’evento comunicativo, come teorizzavano i fautori del modello monologico, bensì il fulcro di ogni interazione saranno i soggetti in gioco. Il significato dei messaggi non risiede nelle parole, ma dipende dal contesto circostante, costantemente mutevole da luogo a luogo, da persona a persona, e da momento a momento. In questo senso possiamo pienamente affermare la dinamicità della comunicazione.

Come sottolinea G.Mininni in “Psicologia del parlare comune“:

“La comunicazione è una co-costruzione di senso, cioè un’attività congiunta tesa a plasmare un mondo di riferimenti condiviso dalle persone che interagiscono.”

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